Anche il Butterbrot, la tradizionale fetta di pane imburrato, sta subendo una crisi in questa pandemia? Un’analisi sullo spuntino preferito dai tedeschi.

Il virus e le chiusure del lockdown sono come una relazione fatta di tira e molla: una storia tossica e dolorosa. Che si svolge su vari palcoscenici, per esempio in cucina. Dove ancora una volta bambini e lavoratori trasformano la casa in un ambiente di studio e di lavoro, il Tupperware tira avanti pietosamente perché scivolato nell’invisibilità. E questo nonostante il porta pranzo tanto amato dai tedeschi per l’ancora più amata merenda a base di due fette di pane viva comunque una crisi già da più di un anno.

Al Butterbrot non va meglio, dal momento che corre il rischio di essere sostituito da altri spuntini. La paura per il pane imburrato è reale, perché dopotutto uno dei suoi vantaggi principali – il fatto che si lasci trasportare così bene in versione panino, senza inzuppare le borse da lavoro – perde di rilevanza quando si lavora da casa.

Patrimonio culturale tedesco.

È un fatto triste, si tratta pur sempre di un vero e proprio patrimonio culturale tedesco. Già Goethe faceva consumare al suo Werther un “Budderbrot”. E quando Angela Merkel nel 2017 spiegava al tabloid Bild un ABC della Germania, dalla A di “Artikel 1 Absatz 1 unseres Grundgesetzes“ (articolo 1 paragrafo 1 della nostra costituzione) alla Z di “Zweifel, Zoff, Zuversicht, Zusammenhalt“ (dubbio, litigio, fiducia, coesione) per cosa stava la B? Esatto! Il Butterbot è parte della Germania. Certo, anche “Bundeswehr” (forze armate) e “Bratwurst” erano stati inclusi nell’alfabeto della cancelliera. Ma non sono amati universalmente, fine della storia.  

Anche lo stesso Butterbrot è complesso e variegato quanto l’identità tedesca, perché è molto di più di quanto qualcuno potrebbe presumere dal nome – ma dal nome non si dovrebbe comunque giudicare niente e nessuno. Come caratteristica peculiare del pane imburrato, notoriamente, vi è il fatto che oltre al burro si possa utilizzare qualsiasi cosa: formaggio o affettati, ad esempio. Marmellata. Nutella. O una crema spalmabile vegana. Viceversa il Butterbrot non ha bisogno di burro per poter essere chiamato così. Più precisamente si dovrebbe dire: il pane è parte della Germania. Ma non necessariamente il burro.

Ed è appropriato che il Butterbrot sia un pasto piuttosto semplice, talvolta frugale. Chi secondo il proverbio “für ein Butterbrot arbeitet“ (lavora per un Butterbrot) non intende una tartina al caviale. Chi ancora come Franz Biberkopf nel romanzo “Berlin, Alexanderplatz” “mehr vom Leben verlangt als das Butterbrot” (pretende dalla vita di più che il pane quotidiano), forse ricorre al sandwich, che deve il suo nome ad un conte inglese, il Conte di Sandwich, di natura quindi più opulenta e meno rustica.

Per poter mangiare risparmiando tempo e spazio e senza sporcarsi le dita mentre lavorava – o mentre giocava a carte, i racconti divergono – il conte si faceva portare del roastbeef tra due fette di pane. Che sia stato lui ad inventare il panino è piuttosto improbabile: 250 anni fa un uomo del suo rango non avrebbe avuto idea di dove si trovasse la cucina all’interno della sua enorme tenuta. Nel frattempo però il pane riccamente farcito porta il suo nome da allora.

Una latente sandwichizzazione.

Nella capitale tedesca la pandemia ha comunque accelerato una sandwichizzazione latente. Sandwich farciti in modo sfarzoso, ad esempio con kimchi e formaggio grigliato nel ristorante Lok6 o con pollo fritto da Barra, hanno addolcito la passeggiata quotidiana a qualche berlinese sotto forma di cibo da asporto in contenitori carini. A volte si formavano lunghe code davanti ai ristoranti che avevano cominciato la vendita di panini di lusso. E questo non soltanto per il distanziamento dovuto al virus.  

Già da anni in Germania si cerca di correre ai ripari nei confronti dell’infiltrazione di prodotti da forno farciti provenienti dall’estero. Quando nel 2002 il gigante del fast food Mc Donald’s pubblicizzò il bagel in questo paese con lo slogan “Butterbrot ist tot” (il butterbrot è morto) si sollevò un polverone. Il sito butterbrot.de – una dichiarazione d’amore digitale nei confronti del patrimonio culturale della Germania e una delle prime perle dell’internet tedesco – lanciò una petizione contro di esso. Anche in precedenza il sito si era impegnato per la salvaguardia di colui da cui prende il nome.

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Chi volesse qualche idea per il proprio Butterbrot sul sito troverà in ogni caso qualsiasi tipo di “fette pungenti” con idee e ricette. Per tutti gli altri si consiglia il classico della cucina tedesca nella sua forma più pura e senza tempo. Occorrente: una fetta del vostro pane preferito appena tagliata, il vostro burro preferito che distribuirete in uno strato spesso a vostro piacimento, e una presa del vostro sale preferito. Pronto. Nel caso in cui aveste in programma di andare lontano: buono come a casa non sarà da nessun’altra parte.      

Celina Plag, “Was wird zu Hause aus dem Butterbrot?”, 02/04/2021, articolo pubblicato su “FAZ.NET”, faz.net/aktuell/stil/essen-trinken/kuechen-koeche/was-wird-zu-hause-aus-dem-butterbrot-17270806.html