Ai tempi dell’università mi è stata offerta la possibilità di un soggiorno studio negli Stati Uniti ospitata da una famiglia dell’Ohio.

Garrett, Ann Marie, la figlia Niahm (si pronuncia “Neev”) e il cane Nora abitavano in una casa a due piani nei quartieri residenziali di una piccola cittadina, dove le strade erano tutte perfettamente geometriche e le case identiche le une alle altre, ognuna con il giardino sul retro, ognuna con il portico davanti. Per raggiungere il negozio più vicino dovevamo prendere la macchina e guidare per quasi venti minuti.

La vista dalla mia stanza, da dietro la zanzariera

Lo scantinato era occupato da scaffali pieni di fumetti. Ne sono rimasti quattromila, mi spiega Garett, perché Ann Marie lo ha costretto a vendere gli altri.

Niahm, che all’epoca aveva dieci anni e studiava danza irlandese, passava i pomeriggi a giocare fuori in giardino con Nora, la quale una volta era stata attaccata da un’aquila perché, diceva la bambina, somigliava a un agnello.

Nora

Ann Marie preparava bagels e scones irlandesi in casa apposta per me con la farina Bob’s Red Mill di cui riuscì a spedirmi un pacco in Italia, una volta mi fece anche il pesto, senza sale come la pasta, nella migliore tradizione americana.

Ohio, uno stato dalle pianure ampie e dalle estati afose. Rientrando a casa la sera si sentiva nell’aria l’odore acre e pungente delle puzzole e bisognava fare attenzione perché spesso si infilavano sotto gli scalini di legno del portico e lì facevano la tana.

Ohio, lo stato soprannominato “buckeye”, o marrone d’India, perché gli ippocastani sono molto comuni, tanto da formare vere e proprie foreste. Questa pianta ha un significato talmente forte per gli abitanti dell’Ohio che, oltre ad essere chiamati così dagli altri statunitensi, ne hanno stampato le foglie sui caschi della squadra nazionale di football americano.

Buckeyes

Ne hanno fatto anche dei dolci, i buckeye candy, a base di fudge al burro di arachidi e ricoperti parzialmente di cioccolato al latte in modo da lasciare una macchia centrale più chiara che ricordi la castagna.

Buckeye candy

Garrett mi aveva spiegato che il nome del frutto dell’ippocastano deriva dall’occhio del cervo (buck, in inglese, indica il cervo maschio) che ne riprende i colori, e che probabilmente il termine slang per indicare i dollari, “buck” per l’appunto, secondo la teoria più diffusa potrebbe derivare dal commercio delle pelli di cervo durante il Diciottesimo e Diciannovesimo secolo che spesso venivano usate come valuta. Sembra che ad una pelle di cervo, “one buck”, corrispondesse il valore di un dollaro.

Secondo un’altra teoria meno diffusa, tuttavia, questo uso deriverebbe dalla parola “sawbuck” (il cavalletto usato per segare la legna) che in gergo indica la banconota da dieci dollari sulla quale in origine era riportato il numero romano X, una forma stilizzata di cavalletto. Tuttavia non è chiaro come da sawbuck, dieci dollari, si sia passati poi alla forma buck che indica un solo dollaro. La cosa migliore, diceva Garrett, era pensare che entrambe le teorie avessero delle parti di verità. E scegliere quella che preferivo.

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