In Italia la professione del traduttore non è regolamentata da un ordinamento e non esiste un vero e proprio albo a cui iscriversi come per altre categorie (da cui deriva la gestione separata dell’INPS, eccetera eccetera). Esistono però delle associazioni a livello nazionale, come AITI ed ANITI, alle quali è possibile aderire in base a determinati requisiti.

Per questo motivo non c’è un unico percorso di formazione da seguire per diventare traduttori (parlo appunto di traduttori, non di interpreti: non è il mio campo e non mi ci addentro). Quello che ho fatto io, e che consiglio, è stato iscrivermi ad una scuola per interpreti e traduttori, la SSML Carlo Bo di Firenze, ma ne esistono anche altre. Questa è un’opzione che caldeggio perché, come mi sono accorta al primo anno, conoscere una lingua e saperla parlare non significa essere in grado di tradurla: per me avere una guida è stato fondamentale.

Questo tipo di studi si basa soprattutto sulla pratica, e forse avrei gradito un approfondimento maggiore della letteratura e della storia delle lingue che avevo scelto, anche se “un’infarinatura generale” (termine molto amato dalla direttrice) ci è stata data, e non solo in campo linguistico: diritto, economia, psicologia, informatica. Tutte conoscenze che ho trovato utili una volta iniziato a lavorare.

Ma non è necessario seguire un percorso di studi specifico, conosco colleghi che non hanno frequentato una scuola per interpreti e traduttori o la facoltà di Lingue e Letterature straniere all’università ma che si sono formati da soli e sono professionisti seri e capaci. Detto questo, non ci si improvvisa traduttori: portare un messaggio da una lingua ad un’altra richiede competenze specifiche che sì, si acquisiscono con lo studio e soprattutto con la pratica, ma anche, almeno agli inizi, con l’osservazione. Per questo motivo ho trovato prezioso leggere libri con testo a fronte: mi hanno aiutato moltissimo per la traduzione dal tedesco diversa da quella tecnica, e per lo studio delle possibilità traduttive delle molte sfumature del giapponese.

Libri utili e interessanti sia dal punto di vista teorico che pratico sono stati “Verso la consapevolezza traduttiva” e “Teoria e tecnica della traduzione. Strategie, testi e contesti”, entrambi di Pierangela Diadori, che oltre ad essere ricchi di informazioni e nozioni valide e interessanti riportano anche numerosi esempi di traduzioni e forniscono idee e consigli su come fare le prime esperienze nel mondo del lavoro.

Nel caso di traduzioni tecniche, specializzarsi in uno o più campi può fare la differenza in termini di qualità e correttezza. Anche se capita sempre un lavoro che tratta un argomento di cui non si è esperti: se si ha tempo a sufficienza per documentarsi o qualcuno del settore a cui chiedere di revisionare il testo finito ritengo che si possa accettare l’incarico.

Traducendo si mettono in atto processi di cui si può non essere consapevoli. Non che esserlo consenta di realizzare traduzioni migliori, ma essere a conoscenza di strategie e dare un nome a ciò che si sta facendo è un bel modo per lavorare in un campo che di linee guida ne ha ben poche.