Una volta mia suocera mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto provare un kimono vero e non uno di quelli per turisti. Lei e sua sorella maggiore hanno entrambe un diploma come assistenti alla vestizione dei kimono, il kitsuke (着付け): il processo è lungo e complicato ed è molto difficile riuscire a vestirsi da soli.

Il kimono che mia suocera ha scelto per me si trova a casa dei suoi genitori, all’epoca entrambi ancora in vita, ed è antico.

Ci dirigiamo in macchina verso la periferia di Nagoya, nei quartieri residenziali, e ci fermiamo davanti a un edificio vecchio ma ben tenuto, ci apre la porta il nonno di mio marito, un uomo molto piccolo e arzillo che continua ad andare in montagna a raccogliere funghi e germogli di bambù e a prendersi cura da solo di un frutteto di mandarini, yuzu e kaki, allora aveva novantatré anni ma che non ne dimostrava più di settantacinque. Ci fa accomodare in un salottino con il pavimento coperto di tatami, e ci inginocchiamo davanti ad un tavolino basso che per l’occasione è stato imbandito con tè verde, mochi e dorayaki. Quando si va a far visita a qualcuno in Giappone è buona regola portare dei regalo, e mia suocera ha portato pesce secco, nikuman (panini dolci ripieni di carne) fatti da lei e dei mini barattolini di Nutella che erano venuti con me dall’Italia per i bambini.

Arriva la sorella di mia suocera, che tutti chiamano semplicemente “obasan” (zia) e che era con noi alle Hawaii, seguita dalle figlie: la minore, Yukiko, ha trent’anni ma ne dimostra molti meno, tiene in braccio una bambina di due anni che piange sempre e si chiama Kannon; la maggiore, Ayako, ha con sé due bambini, la più grande si chiama Yuna, ha cinque anni e mi sorride sempre, si vede che vorrebbe parlare con me ma si vergogna, il fratellino non mi dicono come si chiama, ha un anno e cammina un po’ traballante, viene da me a darmi il cinque, poi torna a nascondersi dalla mamma ridendo, e poi viene ancora da me e mi fa vedere i suoi giochi.

Arriva anche la madre di mia suocera e mi offre una tazza di tè, il nonno chiede a Takeru se va bene o se il tè giapponese è troppo forte per me, gli chiede anche come sono andati questi due anni in Olanda, e lui gli dice che in realtà è stato in Italia. Allora il nonno prende un album di fotografie e me lo mostra, è di un viaggio che ha fatto in Europa nel ’78: Milano, Firenze, Roma, Parigi, il Monte Bianco, e la Svizzera. In otto giorni.

Il nonno mi racconta che l’Italia gli è piaciuta moltissimo e che è tornato a visitarla anche un’altra volta e ha visto il sud, poi è andato in Canada, in Cina, in Perù, in Germania e in Inghilterra. Quando era giovane gli piaceva molto viaggiare.

Arriva anche un terzo figlio della zia, Takayuki, con lui c’è il figlio più grande, Hayato, che ha quattro anni, e la moglie con in braccio il figlio più piccolo che ha forse otto mesi, forse meno, si chiama Souta e non ha capelli.

Mia suocera e la zia mi dicono che se voglio andare in bagno devo farlo ora perché mettere un kimono è una cosa lunga. Mi chiedono che tipo di spillone, o kanzashi (かんざし) voglio per i capelli e cominciano il lavoro.

Le parti che compongono i kimono da donna sono più di dieci, mentre i kimono maschili sono più semplici e in tinta unita.

L’abito che hanno pensato per me si chiama “furisode” (振り袖), che letteralmente significa “maniche svolazzanti”, riconoscibile proprio per la lunghezza delle maniche che scendono fino a terra e che viene indossato dalle donne non sposate, come ero io all’epoca.

La parola kimono letteralmente significa “cosa da indossare”, e ne esistono di tanti tipi, sia da uomo che da donna: quello che le ragazze indossano il giorno della laurea, quello che indossano quando diventano maggiorenni (solitamente proprio il furisode), il kurotomesode (黒留袖) di colore nero, estremamente formale e con poche decorazioni che mia suocera ha indossato al matrimonio, lo yukata (浴衣) semplice e molto usato d’estate e alle terme, e così via.

Come prima cosa mi vengono dati i tabi (足袋), i calzini tradizionali con lo spazio fra alluce e le altre dita, e una sorta di sottoveste leggerissima bianca, poi una tunica semplice rosa pallido con le maniche lunghe fino a terra. Mi fanno indossare anche la parte esterna e il tutto si svolge in pochi minuti, mano a mano che aprono pacchi e scatole si sente un odore di naftalina sempre più forte nell’aria.

E qui inizia il vero lavoro: la sistemazione della fascia in vita. Mi sistemano prima un nastro di stoffa rosa per segnare il punto esatto, ma si accorgono che l’altezza non è corretta e che si sono formate delle pieghe che non ci devono essere, quindi la fascia viene rimossa e sistemata nuovamente ma anche questa volta mia suocera e la zia non sono soddisfatte. È il turno di un’altra fascia, bianca, da posizionare sopra a quella rosa, e anche per questa occorre un certo tempo. Poi ancora due fasce rosa dure e rigide molto strette che di nuovo necessitano di vari ritocchi.

Io devo tenere le braccia aperte per tutto il tempo, e la zia è così piccolina che passa al di sotto senza quasi doversi piegare.

Sopra le due fasce rigide ne vengono messe altre due nere decorate che si vedono dall’esterno. Per farle essere perfette, senza pieghe nella stoffa sottostante e alla stessa altezza, mi strattonano senza tanti complimenti. Infine sistemano un nastro bianco e uno rosso che poi infilano nella fascia più grande.

È la volta dell’obi (帯), la fascia che funge da decorazione sulla schiena, il procedimento è ancora più lungo perché esiste più di un modo per legare l’obi, quello che hanno scelto per me è l’otateya (お立矢), tipico dei furisode. Mia suocera e la zia usano due drappi neri su cui sono ricamati dei fiori in oro e argento e li fanno passare per metà attraverso la fascia sulla schiena. Non vedo cosa fanno e non so come vada piegata la stoffa, però le sento che discutono e fanno ben quattro tentativi prima di accorgersi che la fascia davanti è storta e così, con rassegnazione, ricominciamo tutto da capo.

Dopo l’obi, mi legano un cordoncino rosso in vita e non si trovano d’accordo su come debba essere annodato ma alla fine vince la zia. Tutta la vestizione ha richiesto un’ora di lavoro, nonostante questo non tengo il kimono a lungo perché non mi posso sedere, anche solo fare dei passi è molto scomodo, e tutti quegli strati pesano almeno cinque chili.

kimono kimono

Ringrazio mia suocera e la zia perché è stato faticoso anche per loro e perché mi hanno permesso di provare un kimono della loro famiglia e torno ai miei abiti occidentali.

Categorie: Giappone

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