L’uchiage (打ち上げ) è un’usanza molto diffusa in Giappone. Per celebrare i successi raggiunti e mantenere viva la lealtà dei dipendenti, il capo o il direttore di una azienda o un ufficio invita tutti a cena fuori, spesso a cadenza regolare, e rifiutare è considerato scortese.

Lo chef del ristorante dove lavorava mio marito aveva vissuto in Italia per alcuni anni, così una volta aveva deciso di invitare anche me a una delle loro cene mensili per conoscermi e fare conversazione in italiano (cosa che non mai è avvenuta perché di italiano non ricordava una parola). La cena doveva tenersi dopo la fine del servizio, che in Giappone si conclude presto per la maggior parte dei locali, di solito intorno alle ore 21. Mi presento davanti al ristorante, aspetto fuori che chiudano e finiscano di sistemare e poi, insieme, ci dirigiamo a piedi verso un locale di yakiniku (焼肉, letteralmente “carne alla griglia”) e cucina coreana.

Yakiniku

I ristoranti di yakiniku sono di solito informali, rumorosi e affollati. Lo chef conosce il proprietario, e veniamo fatti accomodare in una saletta interna riservata per noi con quattro tavoli incassati nel pavimento, ma prima ci togliamo le scarpe e le lasciamo in uno scaffale nel corridoio.

Sono presenti tutti i dipendenti dei due ristoranti dello chef e c’è anche sua moglie Maki, una bella donna sui quarantacinque anni col viso polveroso di fondotinta minerale, qualche ruga intorno agli occhi e dei capelli neri cortissimi. È molto gentile con me, lavora come pasticcera nel ristorante in centro e tratta il marito in maniera autoritaria.

Seduti al tavolo alla nostra sinistra ci sono il capo cameriere, sempre sorridente, il sous chef che detesta mio marito e per proprietà transitiva anche me, altri due cuochi giovani che non conosco, e Hanako, l’altra pasticcera che mi ha chiesto la ricetta del panettone.

Comincia la solita sfilza di domande che i giapponesi fanno agli stranieri: altezza, età (qualunque essa sia vi diranno che sembrate più vecchi), preferenza fra cani o gatti che sembra essere una questione molto importante, il gruppo sanguigno (da cui ricaveranno ogni informazione sul vostro conto), se sapete usare le bacchette e se mangiate riso (tutti i giapponesi con cui ho parlato si sono sempre stupiti quando hanno scoperto che sì, il riso si mangia anche in Europa).

Parlano in dialetto, capisco poco e questo mi rende nervosa. Maki, per essere gentile, mi suggerisce le parole, però ogni tanto suggerisce intere frasi che poco hanno a che fare con quello che vorrei dire io.

È triste per me rendermi conto che il giapponese non è come tutte le altre lingue che ho studiato: conoscere la grammatica non significa affatto essere in grado di comunicare. Mi occorreranno mesi di studio e di frustrazione prima di poter portare avanti un dialogo in quel paese.

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